L’italiano è così, un po’ carogna e un po’ eroe. Talvolta si trova in una persona sola, in altri casi in due individui separati e distinti, come ampiamente descritto in alcuni brani del deamicisiano Cuore o in molte commedie cinematografiche del passato.
Quanto accaduto nello specchio di mare antistante la magnifica – e forse non più… – isola del Giglio ci ha messo di fronte a onore e disonore, coraggio e viltà, dovere e diserzione riassunto magistralmente, dal punto di vista dei media, attraverso colloqui telefonici crudi e impietosi tra un rintronato leader e una “nemesi” precisa e incalzante.
“Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano. Guardalo nella notte che viene, quanto sangue ha nelle vene. Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero, fuma la pipa, in questa alba fresca e scura che rassomiglia un pò alla vita”.
Già, ci è caduto un mito – quello del capitano della nave – ma ne abbiamo uno nuovo, il magnifico Capitano Di Carlo che rappresenta il dovere quotidiano, oscuro ma obbligatorio. Ancora regole, ancora legge morale.
Casta Crociere
Ora diranno che noi italiani non riusciamo a diventare seri nemmeno nelle tragedie, anzi riusciamo subito a trasformarle in macabre farse. Gli altri hanno il Titanic, noi la Concordia. L’italianissima “nave più grande del mondo” che, già per com’è posizionata, mezza sott’acqua e mezza sopra con uno squarcio nella chiglia, è la migliore icona del paese che siamo. Più che un naufragio, una parabola. Del capitano Schettino sappiamo tutto e forse, si spera, anche troppo. Ma non era mica solo, sulla nave. Invece è come se lo fosse: se il comandante impazzisce, osi ubriaca, o picchia la testa, non c’è niente da fare. Nessun controllo, nessuna valvola di salvaguardia. Un uomo solo al comando, con potere di vita e di morte su tutti gli altri. E, se di via di matto o semplicemente si fa gli affari suoi, peggio per noi. Vi ricorda qualcosa? Poi ci sono i passeggeri, che al “si salvi chi può″ danno il meglio, ma anche il peggio. Uno, accecato dalla disperazione, strappa il salvagente al vicino e lo lascia affogare. Altri fanno a botte o calpestano la massa per arrivare prima alle scialuppe saltando la fila e, conquistato un posto sulla barchetta, scacciano i bambini o i vecchi o le donne o disabili perché “non c’è più posto”. Vi ricordano qualcuno? Il “particulare”, lo chiamava Guicciardini. Poi c’è Costa Crociere, che prima difende il comandante e poi lo scarica, dichiarandosi parte lesa perché ha fatto tutto da solo (ma proprio perché poteva fare tutto da solo Costa Crociere non è parte lesa). Vi ricorda qualcuno? E siamo a Schettino, per gli amici “Top Gun”, che nelle interviste fa il ganassa con le battute sul litanie. Se c’era bisogno di qualcuno che rinfocolasse i luoghi comuni sull’italiano in gita, eccolo pronto alla bisogna. Il tipico fesso che si crede furbo, ganzo, fico. Il bullo abbronzato coi ricci impomatati e i Ray-ban neri che conosce le regole e le rotte, ma è abituato ad aggirarle, a smussarle. C’è l’amico di un amico a riva da salutare a sirene spiegate? Che problema c’è, se po’ fa’. C’è da accostare per il rito dell’”inchino” ai turisti portati dalla proloco? Ma per carità, si accosta. Accosta Crociere. Perepeeeee. Crash! Ops, uno scoglio. E lui dov’è, al momento del cozzo? Una turista olandese giura che era al bara farsi un drink con una bella passeggera appena rimorchiata. Perché la patonza deve girare, no? A quel punto, con la nave gonfia d’acqua, si chiama la Capitaneria per dire “Tutto ok, positivo”. Poi si parla di “guasto a un generatore”. Minimizzare, sopire, troncare finché si può. Crisi? Quale crisi? I ristoranti sono pieni, le stive pure. L’affondamento è solo psicologico, il classico naufragio percepito. Basta non parlarne e sparisce. Negare tutto, anche l’evidenza. Infatti è la Capitaneria a informarlo che la sua nave affonda. E allora “abbandonate la nave”: lui per primo, assicurando però “stavo a poppa, ora torno sul ponte, a bordo ci sono solo 2-300 persone” (sono ancora tutte e 4 mila, però il vero bugiardo di sempre cifre false ma precise). Il solito De Falco – c’è sempre un De Falco sulla rotta dei furbi fessi – lo sgama: “Ma lei è a bordo?”. “No”. “Vada a bordo, cazzo! È un ordine”. “Sono qua sotto a coordinare i soccorsi, ora vado a bordo”. Invece è già all’asciutto, aggrappato a uno scoglio. Verrà avvistato sulla banchina mentre aspetta il taxi per l’hotel Bahamas. Manca ancora un ingrediente: la telefonata a marmi. “Sto bene, ho cercato di salvare i passeggeri”. Come si chiama mammi? Rosa, e come se no? Lui intanto mente pure sull’ultima manovra: “L’ho fatta io per facilitare i soccorsi”. Invece l’han fattale correnti. Poi pesca a piene mani dall’inesauribile serbatoio dello scusano vittimistico nazionale: tutta colpa di “uno sperone di roccia non segnalato, la carta nautica dice che non doveva essere lì”. Il solito complotto degli speroni rossi, degli scogli spuntati a sua insaputa: se Vespa lo chiama a Porto a Porta, lui tira fuori il plastico. Non resta che svignarsela nella notte, quatto quatto, “per senso di responsabilità“, lasciando fare agli altri, ai tecnici. Vi ricorda qualcuno? Tipo un altro che aveva cominciato sulle navi da crociera?
Marco Travaglio, il fatto quotidiano del 18 gennaio 2012
L’unico eroe
Un capro espiatorio per sfogare la rabbia, un eroe senza macchia per placarla. E’ la formula un po’ stucchevole delle storie italiane al tempo della crisi. Anche nel dramma del Giglio la realtà è stata immediatamente diluita in un fumetto. Servivano un’immagine evocativa (la nave sdraiata su un fianco, simbolo del Paese alla deriva) e uno Schettino che riempisse il vuoto lasciato da Berlusconi alla casella Figuracce & Bugie e assommasse su di sé l’orrore del mondo (ieri il Tg5 ha definito i suoi tratti fisici «lombrosiani» e il Tg3 lo mostrava in smoking come il comandante di «Love Boat» per suggerire maliziosamente la sua inconsistenza morale, quando TUTTI i comandanti di una crociera indossano lo smoking, nelle serate di gala). Mancava ancora il buono, che nella trama assolve al compito cruciale di riscattare l’onore ferito della collettività, fortificandola nell’illusione di essere migliore di quanto non sia. Adesso anche il buono c’è. Ovviamente facciamo tutti il tifo per De Falco, il capo assertivo della Capitaneria di Livorno che nella ormai celebre telefonata ordina al comandante Schettino, già inscialuppatosi verso la riva, di tornare sulla nave e comportarsi da uomo. (Ordine vano, peraltro, come quasi tutti gli ordini dati in Italia, perché Schettino gli dice di si e poi continua a scappare). Eviterei però il gioco insistito dei paragoni: l’eroe contrapposto al vigliacco, l’italiano buono all’italiano cattivo, fino all’urlo autoassolutorio che ho letto su un blog: «Io sono De Falco». Anch’io. Anche Schettino, credetemi, se fosse stato sulla poltrona di De Falco sarebbe stato De Falco e avrebbe dato ordini perentori al se stesso vigliacco che tremava in mezzo al mare perla paura di morire. Non voglio togliere meriti al valido ufficiale della Capitaneria, ma contesto l’abuso del termine «eroe», che in un’epoca che ha smarrito il significato delle parole viene appuntata sul petto di chiunque fa semplicemente il proprio dovere: rifiutando una mazzetta se è un funzionario pubblico, denunciando un giro di scommesse se è un calciatore, assumendosi le proprie responsabilità se esercita un ruolo di responsabilità. Dall’Iliade a Harry Potter, l’eroe è colui – soltanto colui – che mette a repentaglio la propria vita. E non perché la disprezza (quello è il fanatico), ma perché è disposto a sacrificarla in nome di un valore più elevato: l’amore (a-mor, oltre la morte). Non escludo che l’ottimo De Falco sarebbe stato un eroe: il destino non gli ha consentito di mettersi alla prova. Dubito che lo sarei stato io e tanti altri che disputano sulla viltà di Schettino. Per me nella storiaccia del Giglio esistono persone inadeguate e altre adeguate, ma un unico vero eroe. Il commissario di bordo che con la gamba spezzata ha continuato a salvare le vite degli altri.
Massimo Gramellini, lastampa.it del 18 gennaio 2012
Kant, non Klose
Lo sport – e in particolare il calcio – merita una prima, breve, considerazione in questo anno dal possibile valore profetico. Il recente affiorare di un ulteriore “problema” causato dalla dubbia moralità (al momento ancora piuttosto presunta) di alcuni protagonisti della pedata nazionale impone una breve riflessione dal carattere kantiano.
L’epitaffio sulla tomba del sommo Immanuel – Der bestirnte Himmel über mir und das moralische Gesetz in mir – si riferisce alla necessità di vivere la propria vita rispettando se non tutte le leggi almeno quella etica che ci definisce (o almeno dovrebbe…) come esseri pensanti e non animali mossi dal mero istinto.
A forza di seguire quanto di corrotto esiste in luoghi comuni quali “così fanno tutti”, “cosa c’è di male?”, “fatti gli affari tuoi” (o il più specifico “io mi faccio sempre gli affari miei”) riassumibili con il laconico ma sempre efficace “‘mbè?” non si tiene più conto che una etica flebile porta più o meno lentamente all’autodistruzione.
Non voglio dire che il capitano di una qualunque squadra di calcio possa esserne il testimone (sono un garantista masochista…) ma è chiaro che il comune senso del pudore, oltre che della cultura, si è abbassato verso un orrido fondale limaccioso e vischioso.
Nelle piccole cose di tutti i giorni c’è la chiave della nostra esistenza. Farle al meglio ci rende più leggeri e “alti”. A proposito di altezze: l’epitaffio di Kant recita “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me“.
Chiusura con i botti
E’ possibile pensare al nuovo anno ottimisticamente quando tutto sembra muoversi verso la catastrofe?
La dualità che forma il nostro essere uomini, l’essere “tirati” da una parte oppure dall’altra del nostro complesso essere ci fa dire no oppure si, secondo nessi umorali che spaziano dall’aver dormito più o meno bene allo stato fisico – tonico oppure no – passando anche per quelle piccole casualità che concedono alla nostra personale weltschaung (ho scritto bene?) toni cromatici adeguati.
Resta il fatto che a oggi, 31 dicembre 2011, per un qualunque cittadino italiano l’ottimismo è impossibile. Profezia dei Maya a parte, sembra piuttosto difficile nutrire fiducia verso uno scenario prossimo che si annuncia difficile sia dal punto di vista economico (intenso non come “massimo sistema” ma come semplice associazione “pranzo & cena”…) che del “pensare futuro”.
Il nostro è un Paese vecchio governato da vecchi che fanno la spesa giorno per giorno. Tanto, beato chi campa tra una settimana…
Un poco di ottimismo, però, è consentito da ciò che ci ha riservato il panorama politico in questo ultimo mese. Oltre alla scomparsa di chi governava prima si è avvertito un ritorno alla sobrietà in certi strati sociali, anche riguardanti il mondo politico, che fanno ben sperare sul futuro prossimo venturo. La politica – con i suoi protagonisti – ha sempre influenzato il comportamento degli italiani.
Intanto, citando Altan, auguri per un prospero gennaio… Poi, si vedrà.
Pensione
Il concetto di “pensione” è equiparabile a quello della distanza quando si è piccoli: in pratica, direttamente proporzionale all’età. Cioè, minore è l’età posseduta e altrettanto minore la possibilità di accedervi.
Questo perché nel succedere dei nostri Governi è trascorso tempo prezioso che poteva prevedere la revisione del sistema previdenziale dal sistema retributivo a quello contributivo (ciò che versi riprenderai).
Le generazioni che ci hanno anticipato nel lavoro si sono prese tutto e, ragionando in modo cinico, campano pure tanto…
Per noi che siamo attualmente al lavoro la prospettiva è quella di lavorare sino ai settanta anni. E’ chiaro che i settantenni di domani non sono lontanamente paragonabili a quelli di ieri oppure di oggi. I ritmi di vita e l’adattamento costante ai costumi sociali in progressiva evoluzione – o involuzione, as you please … – ci rendono molto “elastici”.
E comunque meglio lavorare sino alla venuta dell’Alzaimer che vivere con una pensione che ti butta nell’inferno delle fasce deboli.
Azzurri?
Mentre attendiamo gli sviluppi circa la formazione di un nuovo Governo – con ogni probabilità esclusivamente tecnico – sposto l’attenzione sulla maglia della nostra Nazionale.
Presentata in occasione della poco fortunata amichevole romana con l’Uruguay, ho visto una tenuta gioco veramente brutta sia dal punto di vista del “punto di colore” (un azzurro pigiama da single veramente orrendo) per non parlare, poi, dell’uso del bianco su un colletto modello Cantona (con l’accento sull’ultima “a”), anch’esso di rara bruttezza.
La foto qui di fianco rappresenta la vera, unica, maglia azzurra. Vabbè, la sta indossando un uomo del livello di Luigi Riva, imparagonabile con quelli di oggi, però è possibile notare la semplice solennità di una maglia “reale”, come poche altre possono vantare.
Già, perché il motivo per il quale i nostri rappresentanti nazionali nel mondo indossano il colore azzurro va ricercato nell’antico colore di Casa Savoia. Per lo stesso motivo l’Olanda è arancione (Ben ick van Duytschen bloet, Den Vaderlandt ghetrouwe Blijf ick tot inden doot: Een Prince van Oraengien… recitano le prime parole dell’inno nazionale olandese). Si tratta di colori che recano tradizioni, storie e miti di epoche lontane, alle quali il moderno merchandising intelligente dovrebbe rivolgersi.
In Inghilterra, per esempio, pur modificando in ogni Stagione la propria tenuta di gioco, i vari Club sottopongono le “repliche” delle maglie di un tempo. Così si mantiene la memoria storica dei grandi eventi vissuti dalla squadra senza rinunciare ai moderni dettami del merchandising.
In Italia tale processo è inesistente. Tra le altre cose, la Federcalcio ha fatto cambiare la maglia alla Nazionale tre volte da quando ha stipulato il contratto con lo sponsor dopo il mondiale 2006.
I risultati sono stati deludenti. E neanche tanto fortunati…
Nuovi arrivi …
Nella pagina dei database un poco alla volta si sta raggiungendo la regolarità nella pubblicazione dei files.
Sono, infatti, disponibili allo scarico quelli riferiti alla nuova Stagione sportiva nonché le schede degli Arbitri Can A aggiornate allo scorso turno del campionato di Serie B.
Tra breve il resto, così come metterò a disposizione anche le Utilità per gli Osservatori e gli Arbitri.
Baciamo le mani!
Buonanotte
Oggi è il giorno che chiude un ventennio, uno dei tanti della nostra storia. E il pensiero va al momento in cui tutto cominciò. Era il 26 gennaio 1994, un mercoledì. Quando, alle cinque e mezzo del pomeriggio, il Tg4 di Emilio Fede trasmise in anteprima la videocassetta della Discesa In Campo. La mossa geniale fu di presentarsi alla Nazione non come un candidato agli esordi, ma come un presidente già in carica. La libreria finta, i fogli bianchi fra le mani (in realtà leggeva da un rullo), il collant sopra la cinepresa per scaldare l’immagine, la scrivania con gli argenti lucidati e le foto dei familiari girate a favore di telecamera, nemmeno un centimetro lasciato al caso o al buongusto.
E poi il discorso, limato fino alla nausea per ottenere un senso rassicurante di vuoto: «Crediamo in un’Italia più prospera e serena, più moderna ed efficiente… Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano». Era la televendita di un sogno a cui molti italiani hanno creduto in buona fede per mancanza di filtri critici o semplicemente di alternative. Allora nessuno poteva sapere che il set era stato allestito in un angolo del parco di Macherio, durante i lavori di ristrutturazione della villa. C’erano ruspe, sacchi di cemento e tanta polvere, intorno a quel sipario di cartone. Se la telecamera avesse allargato il campo, avrebbe inquadrato delle macerie.
Oggi è il giorno in cui il set viene smontato. Restano le macerie. La pausa pubblicitaria è finita. È tempo di costruire davvero.
Massimo Gramellini, lastampa.it del 12 novembre 2011
Buonasera!
Non siamo morti democristiani, nè moriremo berlusconiani.
Il modo di fare politica da parte di B. è morto senza boati, con un sospiro.
Lo hanno soffocato l’Europa e il mondo economico. Porta con se i più brutti (quasi) venti anni della nostra Storia, dove siamo invecchiati, imbruttiti e imbrutiti.
Ora più ignoranti e senza una idea dello scenario politico prossimo venturo ci apprestiamo a vivere una settimana di fuoco.
Già, dovremo vivere sette brutti giorni. Ma questa sera è una buonasera…